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Un viaggio nelle Cento Sicilie del maestro e scrittore Gesualdo Bufalino

Viaggiare, voglio dire, s’apparenta alle due più esclusive ed esaltanti esperienze dell’uomo: amare e creare. Saper viaggiare è cosa creativa quanto una seduzione d’amore, una bella pittura, una frase musicale assoluta. Ove poi il luogo da visitare sia l’isola che dico io, ombrosa e lucente, gremita di vita e di morte, crogiolo di razze e crocevia di secoli, l’impresa risulterà più che mai portatrice di turbamento e di rischio: se ogni viaggio significa una scommessa di conoscenza e felicità, il viaggio in Sicilia è un esame senza confronto, è l’Esame.

Così si esprimeva Gesualdo Bufalino nel La Luce e il lutto, pubblicato dalla Sellerio nel 1988.
Si narra che a scoprire l’esistenza del romanzo sia stato l’amico Leonardo Sciascia e che tutto sia avvenuto grazie ad una scommessa tra quest’ultimo ed Elvira Sellerio. Una sera, infatti, Bufalino avrebbe ricevuto la telefonata della donna, la quale gli avrebbe riferito di una scommessa in casa editrice (non conosciamo l’oggetto della scommessa) sul fatto che lo scrittore di Comiso avesse un romanzo nascosto nel cassetto.

 

gesualdo bufalino
Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino – Foto di G. Leone

 

Se me lo avessero semplicemente chiesto, avrei risposto di no. Ma c’era la scommessa, ammisi l’esistenza di qualcosa… Così, Bufalino raccontò di quella telefonata a un giornalista de La Repubblica che lo intervistava.

L’autore comisano era un uomo di grande cultura, amava i libri e ricordava a memoria i passi di romanzi e poesie. Maestro nel gioco degli scacchi, era un amante del cinema che definiva luogo di forti emozioni e della musica, soprattutto del Jazz. Tra i suoi artisti preferiti vi erano Cootie Williams, Louis Armstrong, e Billie Holiday. 

Nel 1994 uscì per la Bompiani Le Cento Sicilie, un libro scritto a quattro mani da Gesualdo Bufalino e Nunzio Zago. Il testo costituisce un vero e proprio viaggio tra le testimonianze letterarie, antiche e moderne, della Sicilia e nasce dal tentativo di delineare i numerosi volti di un’Isola a cui tanti autori hanno dedicato le loro parole, ma che non smette mai di sorprendere e far parlare di sé.

 

 

Quella che riportiamo di seguito è l’introduzione del libro scritta da Bufalino. Ogni siciliano dovrebbe leggerla perché in queste righe, l’autore spiega in modo ordinato e razionale cos’è che unisce noi siciliani e cosa ci separa dal resto del mondo, nel bene e nel male.

Dicono gli atlanti che la Sicilia è un’isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d’onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto d’isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razza e costumi, mentre qui tutto è dispari, mischiatocangiante, come nel più ibrido dei continenti. Vero è che le Sicilie sono tante, non finiremo mai di contarle.
Vi è la Sicilia verde del carrubo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava.
Vi è la Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode.
Vi è la Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio… 

Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte di trovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, fra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e la canicole della passione. Soffre, la Sicilia, di un eccesso d’identità, né so se sia un bene o sia un male. Certo per chi ci è nato dura poco l’allegria di sentirsi seduto sull’ombelico del mondo, subentra presto la sofferenza di non sapere districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino.

Capire la Sicilia per un Siciliano significa capire se stesso, assolversi, o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l’oscillazione tra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amore di clausura, secondo che ci tenti l’espatrio o ci lusinghi l’intimità della tana, la seduzione di vivere come un vizio solitario. 

L’insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore. Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi. Diversi dall’invasore…, diversi dall’amico che viene a trovarci ma parla una lingua nemica; diversi dagli altri, e diversi anche noi, l’uno dall’altro, e ciascuno da se stesso. 

Ogni Siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola tutta è una mischia di lutto e luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte. Altrove la morte può forse giustificarsi come l’esito naturale d’ogni processo biologico, qui appare uno scandalo, un’invidia degli dei.